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Quella volta in cui sviluppai un’intelligenza sovrumana

Tutto partì una domenica mattina. Una mattina in cui, rotolandomi ancora fra le fresche lenzuola con la solita indolenza, mia moglie irruppe in stanza e con un gran sorriso soddisfatto mi disse di aver organizzato una partita di padel per quel pomeriggio. Ora, io non sono un tifoso di calcio accanito, non guardo la formula 1, neanche la moto gp e tantomeno il curling; tuttavia la domenica pomeriggio, e specialmente nelle ore che seguono il lauto pasto e precedono il tramonto, bramo il divano e un soffice guanciale. Ma a una moglie che organizza un misto a padel non si può dir di no, specialmente quando la casa in cui si coabita è sua.

E dunque finisce che dopo pranzo mi infilo controvoglia la maglia tecnica, i pantaloncini da tennis, retaggio di un passato remoto e anch’esso tutt’altro che glorioso, le scarpe ormai indecenti, la pala (è una di quelle scartate da mia moglie, le altre si deformano lentamente nel bagagliaio della nostra seconda macchina), e con malcelato gaudio mi dirigo al campo con la consorte. Dopo il riscaldamento di rito, che per me vuol significare un paio di dritti e un paio di rovesci tirati dalla medesima mattonella (non chiedetemi di fare stretching né tantomeno di presentarmi a rete a tentare degli improbabili smash tentando di sembrare navigato nel gioco e potente), iniziamo a fare sul serio, con i servizi, i punti e tutto l’agone necessario.

Solitamente io ho l’autonomia di una macchina con il serbatoio bucato, e dunque o vinco il primo set oppure la partita diventa una lenta e inesorabile agonia per me e soprattutto per il mio compagno (che in questo caso è mia moglie, il che complica maledettamente le cose). Non senza fatica spuntiamo il primo set 7-5, e devo ammettere che trovo anche un certo appagamento nel mio gioco, e il feeling con la compagna di doppio è, cosa assai rara fra le coppie che condividono il terreno di gioco, assai piacevole. Finché, preso dalla foga e annusando un’insperata vittoria, non tento una giocata che non è evidentemente nelle mie corde: nel tentativo di recuperare un pallonetto fatto con dovizia dal mio dirimpettaio, e muovendomi io come un bradipo in cerca di ristoro, capisco che l’unica strada per salvare il punto sia giocare la palla contro la parete sperando che torni nel campo avversario e non fra le mie gambe. E così faccio.

E la palla nel campo avversario ci arriva, ma di questo accadimento non posso felicitarmi. Perché nel frattempo la mia pala finisce a velocità sostenuta sulla mia faccia, e precisamente sul sopracciglio, generando un rumore sordo che fa voltare non solo i miei compagni di partita, ma anche quelli del campo a fianco e il gestore del circolo. Il cranio vibra, odo un suono tambureggiante, la mia orbita destra pulsa, e non riesco a proferir parola. Dopo quelli che a me sembrano minuti ho infine l’ardire di girarmi verso i miei compagni e mentre tolgo le mani dal volto ho la vaga speranza che il sangue non zampilli sul campo. Con stupore, al contrario, di sangue non vi è traccia. Osservo gli astanti che, muti, mi osservano a bocca aperta, e senza indugio mi affretto a dire che no, non mi sono fatto niente, che possiamo continuare a giocare. E però nel breve volgere di una manciata di secondi sento crescere dentro di me una creatura informe, che prende possesso della mia orbita e di parte della fronte, pulsa, vive di vita propria, irradia dolore e sofferenza, ma potrei mai abbandonare la tenzone?

E quindi mi rimetto in posizione fra l’incredulità generale e faccio del mio meglio per vincere non solo il secondo, ma anche il terzo set. Questa protuberanza, alla fine, è un secondo cervello che funziona molto meglio del primo, mi impone di concentrarmi e chiudere il punto appena vi è l’opportunità, limita al minimo lo spreco di energie, sopperisce financo ai miei limiti tecnici. Così passo dalla chat degli incapaci a quella dei quasi abili, e ottengo persino un’importante promozione a lavoro poco tempo dopo il fatto. Certo, devo presenziare alle riunioni con la telecamera rigorosamente spenta, ma questa mia nuova condizione è decisamente migliore della precedente.

Scritto da:
Paura e delirio sul campo da Padel

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Una penna dai toni onirici ha un modo a dir poco originale di raccontare Storie di Padel.

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